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martedì 5 gennaio 2010

Quanto ci costa un mondo pulito diminuire le emissioni è low cost

Il numero, nell'intesa uscita da Copenaghen, non c'è, ma prima o poi, mettersi al lavoro per dimezzare, entro il 2050, le emissioni di anidride carbonica, rispetto al 1990, sarà inevitabile, se non si vuole che l'impatto dell'effetto serra (siccità, inondazioni, secondo gli scienziati) ci travolga, aumentando la temperatura media del pianeta di più di 2 gradi. È un taglio da guardare con timore, una medicina necessaria, ma amarissima? I passi da compiere li conosciamo: abbattere i consumi di combustibili fossili, come petrolio, carbone, gas, espandere massicciamente le centrali ad energia pulita (sole, vento, nucleare). Si tratta di investimenti enormi. In più, tutte le industrie che emettono CO2 dovranno pagare per i diritti alle emissioni e scaricheranno i maggiori costi sui prezzi.

Una valanga che travolgerà il nostro stile di vita, costringendoci a rinunce e penitenze? La risposta è no. Dimezzare le emissioni non significa che saremo costretti ad andare in giro in sandali e lana grezza. Al contrario, gli effetti sulla vita quotidiana sono straordinariamente limitati.

I modelli econometrici hanno un valore di predizione necessariamente limitato, tanto più quando si tratta di prevedere il comportamento dei prezzi, da qui a quarant'anni. Se prestiamo fede ai più recenti esercizi degli economisti, tuttavia, meno emissioni non significano disastro in vista. Secondo uno studio della scorsa estate della Northwestern University, tagliare le emissioni del 50 per cento comporterebbe, negli Stati Uniti, un aumento generale del prezzi al consumo non superiore, in media, al 5 per cento. È vero, però, che, per arrivare ad un taglio globale del 50 per cento delle emissioni, i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le loro (come ha già annunciato di voler fare Obama), dell'80 per cento. Ma anche questo taglio non avrebbe effetti drammatici, secondo il Pew Center on Global Climate Change: "Anche tagliare le emissioni dell'80 per cento nell'arco di quattro decenni avrebbe, nella gran parte dei casi, un effetto molto limitato sui consumatori".

Lo stesso vale per l'Europa. La rivista New Scientist ha commissionato a Cambridge Econometrics - una società di consulenza che fornisce regolarmente, sul cambiamento climatico, modelli econometrici al governo britannico, ma a scadenza più ravvicinata - una previsione dell'impatto sui prezzi, per i consumatori inglesi, di un taglio delle emissioni, al 2050, dell'80 per cento, rispetto al 1990. I ricercatori ci sono arrivati, prendendo come riferimento l'esperienza storica. Cioè quanto, in passato, i mutamenti del costo dell'energia hanno influenzato i prezzi di 40 diversi prodotti di consumo. Risultato? L'impatto, sui prezzi di gran parte dei prodotti di consumo è modesto: l'1-2 per cento. Il prezzo del cibo aumenterebbe, in media, dell'1 per cento, come quello dei vestiti e delle automobili. Una pinta di birra costerebbe il 2 per cento in più, un pc portatile da 1.000 euro ne costerebbe 1.020. Anche una lavatrice o un frigorifero costerebbero solo il 2 per cento in più.

Questo avviene perché l'energia necessaria a produrre questi beni rappresenta, appunto, l'1-2 per cento del prezzo finale. I beni e i prodotti in cui l'energia pesa di più subirebbero una spinta assai più forte, ma sono relativamente pochi. La bolletta dell'elettricità, ad esempio, rincarerebbe del 15 per cento. E ancora di più i viaggi aerei, dove l'energia rappresenta oltre il 7 per cento del prezzo finale. Dato che le compagnie aeree, al momento, non hanno un'alternativa a basso contenuto di anidride carbonica come combustibile, pagarsi i diritti alle emissioni sarebbe un costo pesante. Cambridge Econometrics prevede un aumento del 140 per cento del prezzo dei biglietti aerei.

In effetti, i calcoli del modello presuppongono due ipotesi. La prima è che il governo fornisca incentivi ai cittadini perché, invece del gas, usino l'elettricità per la cucina e, soprattutto, il riscaldamento. La seconda è che il governo stesso investa massicciamente nelle infrastrutture necessarie per le auto elettriche. Da qui a 40 anni, non sono, però, ipotesi remote. E, comunque, dice un altro studio, realizzato da un gigante mondiale della consulenza, come McKinsey, hanno un peso relativo: "Quattro quinti delle riduzioni nelle emissioni - sostengono gli analisti della McKinsey - possono essere realizzati sfruttando tecnologie che già oggi esistono su scala commerciale". Basterebbe, dicono, un prezzo dei diritti alle emissioni di 50 dollari per tonnellata di CO2. "E il 40 per cento delle riduzioni - aggiungono - di fatto consentono di risparmiare soldi".

Ma allora, le previsioni catastrofiche, come quelle di un luminare di Yale, William Nordhaus, secondo il quale stabilizzare clima e temperature costerebbe, solo agli Usa, 20 mila miliardi di dollari? Si tratta di intendersi. Stephen Schneider, di Stanford, ha rifatto i conti di Nordhaus. I 20 mila miliardi di dollari, infatti, non sono il costo immediato, ma al 2100. Se si assume che, da qui ad allora, l'economia americana crescerà in media del 2 per cento l'anno, un ritmo abbastanza ordinario per il gigante Usa, il prezzo da pagare per salvare il pianeta non sembra un granché: "Vuol dire solo - secondo Schneider - che gli americani dovranno aspettare il 2101 per essere ricchi, quanto, senza toccare le emissioni, sarebbero stati nel 2100".



giovedì 12 marzo 2009

Finanziaria 2009, i contributi per l’installazione di impianti a GPL e Metano.



Se non avete intenzione di cogliere l’occasione offerta dagli ecoincentivi per cambiare la vostra vecchia auto a benzina potete prendere in considerazione l’idea di convertirne l’impianto di alimentazione a GPL o a gas metano e risparmiare così sul costo del carburante risolvendo allo stesso tempo i problemi di circolazione legati ai provvedimenti anti-inquinamento adottati ormai da moltissimi comuni italiani.

Infatti, oltre agli incentivi per chi decide di rottamare un’automobile Euro0, 1 o 2 e acquistare una nuova Euro4 o Euro 5, la finanziaria 2009 prevede un contributo sostanzioso anche per chi decide di installare nella propria automobile un impianto a gas. Ma quali sono i vantaggi e quanto può costarci questa operazione?
Oltre all’aspetto, importantissimo, delle minori emissioni di sostanze inquinanti da parte di automobili alimentate a gas, considerate che mentre il costo della benzina e del gasolio si aggirano in questo momento rispettivamente intorno ad 1.15 e 1.08 euro al litro il costo del GPL è di 0.57 euro al litro, mentre quello del metano è di 0.91 euro al kg.

Quanto costa (orientativamente) l’installazione di un impianto a gas

Il costo di un impianto a GPL o a metano varia in funzione del tipo di autovettura sul quale lo si va ad installare, del tipo di impianto e del serbatoio scelto. In linea di massima la spesa varia fra le 600 e le 1200 euro per un impianto GPL e fra le 1000 e le 1600 euro per un impianto a metano. In entrambi i casi le prestazioni sono equivalenti a quelle di un motore a benzina.

A quanto ammonta il contributo dello stato?

Secondo quanto previsto dalla finanziaria 2009, già a partire dallo scorso 7 Febbraio e fino al 31 Dicembre 2009, il contributo per chi vuole convertire la propria auto da motori a benzina verso alimentazioni a gas e, quindi, a basso impatto ambientale ammonta a 500 euro per l’installazione di impianti GPL e a 650 euro per l’installazione di impianti a metano.

venerdì 13 febbraio 2009

I gas inquinanti sono prodotti anche dalla Terra .

Almeno il 17% di etano e il 10% di propano sono prodotti dalla Terra. A sostenere che e' anche il nostro pianeta ad emettere gas inquinanti sono alcune ricerche condotte dal geologo del petrolio Giuseppe Etiope dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), realizzate in collaborazione con Paolo Ciccioli, chimico dell'atmosfera del Cnr di Montelibretti, ricerca, sottolinea l'Ingv, "che hanno cambiato molte convinzioni sui bilanci delle emissioni in atmosfera".


"Entrambi questi idrocarburi -spiega l'Ingv- hanno un ruolo importante nella formazione, in seguito a processi fotochimici, dell'ozono troposferico, un gas nocivo per la respirazione, al contrario dell'ozono stratosferico che svolge il ruolo positivo di filtro delle radiazioni solari ultraviolette, ed e' quindi da preservare". In precedenza lo stesso Giuseppe Etiope, con un altro gruppo di ricerca aveva determinato le emissioni geologiche di metano e aggiornato il rapporto dei cambiamenti climatici redatto dall'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate hange), organo delle Nazioni Unite. Inoltre, nel 2007, l'ultimo rapporto Ipcc riporta per la prima volta le scoperte dell'Ingv.


"Recentemente Etiope -sottolinea l'Ingv- aveva dimostrato che anche le emissioni geologiche di gas dalle rocce del sottosuolo, ovvero il naturale 'respiro' del pianeta Terra, sono una fonte importante di metano: esse costituiscono almeno il 10% delle emissioni totali di metano in atmosfera e sono maggiori di altre fonti naturali o indotte dall'uomo". Adesso, la prestigiosa rivista Science pubblica il nuovo lavoro di Giuseppe Etiope e del collega del Cnr, Paolo Ciccioli, che indica come il degassamento terrestre e' responsabile anche dell'emissione di notevoli quantita' di etano e propano (idrocarburi piu' complessi del metano) che possono avere un impatto notevole per la produzione di ozono.


"Le ricerche, -afferma l'Ingv- suggeriscono che almeno il 17% di etano e il 10% di propano emessi in atmosfera derivano dal degassamento terrestre". "Siamo partiti dai dati relativi alle emissioni di metano che abbiamo pubblicato negli anni precedenti -dice il ricercatore Giuseppe Etiope- abbiamo poi esaminato le quantita' di etano e propano che si ritrovano insieme al metano nelle esalazioni geologiche e quindi calcolato i loro flussi. Un esercizio relativamente semplice ma che ha dato un risultato sorprendente".


"Queste emissioni di idrocarburi -sottolinea l'Ingv- si trovano principalmente nelle aree petrolifere: il gas accumulato nei giacimenti spesso fuoriesce e arriva in superficie naturalmente, attraverso faglie e rocce fratturate. Questo fenomeno, detto 'seepage' e' piu' diffuso di quanto si pensi. Giuseppe Etiope e' uno dei maggiori esperti di 'seepage' e le sue ricerche hanno rivoluzionato gli inventari globali delle sorgenti di metano. L'agenzia americana per l'ambiente (Epa) e quella Europea (Eea) stanno entrambe riformulando i loro inventari. Ora dovranno cambiare le tabelle anche per l'etano e propano.


"Questo risultato -spiega Enzo Boschi, presidente dell'Ingv- conferma che i processi geologici e geofisici, come il degassamento di idrocarburi, possono avere un impatto significativo sull'atmosfera e nell'ambiente in generale".

In particolare, "Le emissioni geologiche di metano -sostiene Etiope- ammontano ad almeno 50 milioni di tonnellate l'anno, ovvero 1/7 della quantita' emessa dalle attivita' umane, circa 360 milioni di tonnellate. Cio' equivale all'effetto serra prodotto da piu' di 200 milioni di auto guidate in un anno. Quella geologica e' la seconda sorgente naturale di metano, dopo le cosiddette 'Terre umide' e superiore ad alcune sorgenti indotte dall'uomo, come le discariche o il trattamento dei rifiuti".


"L'emissione geologica di etano e propano -continua il ricercatore dell'Ingv- sono stimate rispettivamente a circa 2-4 e 1-2,4 milioni di tonnellate ogni anno, ovvero 17% e 10% del totale, mediamente un quarto di quelle indotte dall'uomo e pari a 6.5 milioni di tonnellate". "Lo studio dei cambiamenti climatici -continua ancora Etiope- si basa sulla conoscenza delle emissioni dei gas inquinanti, gas serra o produttori di ozono, sia naturali che indotte dall'uomo. Le emissioni naturali non sono definite con precisione; sappiamo meglio quanto emette l'uomo. Se nel conto globale manca una parte delle emissioni non possiamo capire completamente le relazioni tra gas serra e cambiamenti globali".


"La scoperta di una nuova sorgente, come quella geologica, aumenta la 'responsabilita'' della natura e -aggiunge il geofisico- risolve alcuni rebus. I calcoli atmosferici hanno sempre suggerito una 'sorgente mancante' di metano e etano, a cui nessuno ha mai dato una spiegazione esauriente, ovvero doveva esserci da qualche parte una fonte finora sconosciuta. Le nostre ricerche suggeriscono che questa sorgente mancante e' proprio quella geologica naturale".

E riguardo le aree nel mondo eed i processi geologici che emettono questi idrocarburi, Etiope afferma: "Le emissioni geologiche di idrocarburi gassosi sono sparse in tutto il mondo. Esistono due principali tipi di aree, quelle dei bacini sedimentari dove esistono i giacimenti petroliferi e le aree geotermiche. Le emissioni nelle aree petrolifere possono avvenire da manifestazioni visibili, dette 'seep', sia in mare che sui continenti, e attraverso una invisibile ma diffusa esalazione dal suolo. Esistono probabilmente piu' di 10 mila seeps sui continenti, in almeno 90 paesi, e l'esalazione diffusa potrebbe interessare una superficie di circa 4 milioni di km2".


Etiope, inoltre, spiega cosi' il perche' finora nei bilanci globali questa sorgente non sia stata presa in considerazione. "In realta' -dice- era considerata piccola, trascurabile. Ma questo era solo una ipotesi sbagliata perche' di fatto mancavano misure e dati; nessuno aveva mai fatto studi approfonditi. La comunita' di esperti sul clima e sui gas serra non ha sempre una visione multidisciplinare e spesso ignora l'importanza di alcuni processi geologici sull'ambiente".


"Il lavoro pubblicato su Science e' invece il risultato di una collaborazione tra geologi e esperti dell'atmosfera, e da questa collaborazione -conclude- nacque l'intuizione dell'importanza delle emissioni geologiche di tutti gli idrocarburi gassosi". Ed ora gli inventari ufficiali delle agenzie ambientali governative come Ipcc o l'Epa degli Stati Uniti stanno modificando le loro tabelle.

Info: www.ingv.it