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venerdì 3 luglio 2009

Incendio all’inceneritore di Piacenza: i media tacciono

Tenete chiuse le finestre, non muovetevi da casa”, questo l’ordine lanciato da Vittorino Francani dell’Arpa (Agenzia regionale per ambiente e prevenzione), fra i primi ad accorrere sul luogo dell’incendio. Alle 18:40 di giovedì 11 giugno un capannone con una superficie di mezzo chilometro quadrato ha preso fuoco. Era il deposito rifiuti dell’inceneritore di Piacenza.

Al suo interno si trovavano tonnellate di plastica, metallo, carta e legno. Benché questi imballaggi e scarti industriali fossero destinati alla combustione, non erano ancora stati né separati né puliti. Del resto gli effetti di un simile incendio non sono in alcun modo paragonabili a quelli di una combustione all’interno di un inceneritore munito di filtri. (Nemmeno questi però rendono il processo sicuro e pulito, poiché non catturano le polveri sottili che, oltre a creare gravi danni alla salute, restano nell’atmosfera per sempre).

I gas emessi durante l’incendio hanno formato una nube nera che ha continuato ad alzarsi anche dopo lo spegnimento del rogo, avvenuto dopo oltre due ore. La nube, trasportata dal vento, ha viaggiato per chilometri verso nord-est, coprendo così di nero il cielo dell’hinterland di Piacenza.

Quel che ha dato il colore alla nube è stata la diossina, che si sprigiona ogni volta che bruciano plastica o cartone sporco.

Tali gas possono causare problemi immediati (blocchi respiratori, tosse e fastidi agli occhi), ma anche danni ai polmoni protratti nel tempo, spiega Pietro Bottrighi, primario del reparto di pneumologia all’ospedale di Piacenza.

Nonostante questi rischi, nessun paziente si è recato al Pronto soccorso con sintomatologie respiratorie acute, dichiara l’Azienda unità sanitaria locale (Ausl) di Piacenza.

Oltre a rimanere in casa però, i tecnici del dipartimento di Sanità pubblica hanno consigliato di lavare bene la frutta e la verdura proveniente dagli orti della zona. L’Arpa ha proseguito gli accertamenti presso il centro Enìa (società che gestisce impianti ambientali di pubblica utilità), effettuando campionamenti dei terreni e dei vegetali nell’area interessata.

Ha inoltre prelevato i filtri della centralina di monitoraggio ambientale di Gerbido, per effettuare rilievi sull’emissione di diossina e di IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Il tutto è stato inviato nella sede di Ravenna per gli esami necessari. “Al momento abbiamo rilevato un aumento dei livelli di monossido di carbonio e degli idrocarburi”, ha dichiarato Sandro Fabbri, direttore di Arpa Piacenza.

La pubblicazione delle quantità di diossine e idrocarburi aromatici presenti nel terreno e nell’atmosfera però, non è ancora avvenuta.

Oltre ai danni ambientali vi sono quelli economici, che comunque risultano “tutto sommato modesti, viste anche le dimensioni dell’incendio”, si legge nel giornale locale Libertà.

Grazie all’intervento dei dipendenti di Enìa si tratta ‘solo’ di qualche decina di migliaia di euro: “Abbiamo salvato il trituratore, la macchina che trita i rifiuti e che è molto costosa, poi con gli estintori abbiamo tentato di fermare le fiamme, ma erano troppo forti e ci sono voluti i vigili del fuoco” racconta Anselmo Baistrocchi, responsabile degli impianti Enìa.

I giornali locali (gli unici a parlarne) hanno attribuito l’incendio a un’autocombustione favorita dal calore. Ammesso che questa spiegazione venga confermata, si tratterebbe comunque di un problema grave. L’apparente spontaneità dell’autocombustione, però, non attenua la responsabilità di chi ha trascurato le misure di sicurezza che avrebbero dovuto evitarla.

http://www.terranauta.it

martedì 26 maggio 2009

Dal 1° gennaio 2010, è vietata la commercializzazione di sacchi non biodegradabili.

Venderà cara la sua pellaccia di polietilene. Non lasciamoci ingannare da quel suo aspetto flaccido e spiegazzato: lo shopper è un vero duro. Condannato ufficialmente a morte per crimine ecologico continuato ed aggravato. Fissata la data dell’esecuzione: 31 dicembre 2009, fra meno di otto mesi. Ma lui se ne fa un baffo. Statene certi: la scamperà anche stavolta, e il primo giorno di apertura dei supermercati del 2010 lo troverete quasi ovunque ancora vivo, lì alle casse, sbruffone e servizievole, comodo e prepotente.

Il sacchetto di plastica non ha affatto i giorni contati. Solita storia all’italiana: annuncio, clamore, dibattito, reazioni, poi niente. Sembrava tutto già deciso con un comma (il numero 1130) della Finanziaria 2007, la prima dell’ultimo governo Prodi, che prevedeva di “giungere dal definitivo divieto, a decorrere dal 1° gennaio 2010, della commercializzazione di sacchi non biodegradabili per l’asporto di merci”, rispettando la scadenza suggerita dalla direttiva comunitaria EN 13432. Brindisi tra gli ambientalisti, cruccio dei produttori, tutto inutile: la norma c’è ma non c’è, visto che i decreti attuativi per definirne i modi (e soprattutto per sanzionare chi non rispetterà il “definitivo divieto”) non sono mai stati emanati. E a questo punto è difficile che lo siano, almeno non in tempo per la scadenza annunciata.

Non è nemmeno partito quel “programma sperimentale per la progressiva riduzione della commercializzazione” delle buste di plastica che previsto come percorso di avvicinamento e come condizione del divieto. Con la crisi che ribolle, poi, sarà difficile che un ministro si assuma il rischio di un provvedimento che potrebbe in teoria avere ripercussioni negative sui già depressi consumi delle famiglie italiane. Non è un caso che in Europa solo Francia e Gran Bretagna abbiano annunciato (ma non ancora attuato) lo stop alla spesa plasticata, e solo pochi altri paesi abbiano optato per il disincentivo economico che pure sembra efficace (anche in Italia fu imposta una sovrattassa di cento lire nel 1989: ma fu abolita silenziosamente cinque anni dopo, benché avesse ridotto il consumo del 34%).

Dunque, salvo ripensamenti, non succederà nulla. Almeno, non per obbligo. La scelta di ammazzare il sacchetto di plastica per il momento è lasciata alla coscienza ecologica e alle valutazioni di convenienza delle singole catene commerciali. Sarà omicidio privato, non sentenza capitale dello Stato. Qualche catena ha deciso. Qualcuna ci sta pensando. Altre temporeggiano.

I francesi di Auchan sono stati i primi a saltare l’ostacolo: dopo l’esperimento di Antegnate, Bergamo, dal 22 marzo primo market shopper-free in Italia, a partire da luglio tutti i cinquanta negozi del loro circuito italiano offriranno ai clienti la scelta fra il sacchetto in mater-bi (la pellicola biodegradabile che si ricava dal mais, dall’olio di girasole, dalla patata o dagli scarti di pomodoro) a 10 centesimi, quello di carta a 18, o i contenitori riutilizzabili di plastica o cartone a 99. Un rischio per loro che gli shopper, unici sul mercato, finora li hanno addirittura regalati, non solo: li facevano perfino imbustare dalle cassiere.

Ma la sperimentazione sembra essere stata incoraggiante: “Qualche reazione indispettita, ma la maggioranza accetta”. Anche Coop scommette sullo scrupolo di coscienza “verde” dei clienti: “Stiamo accelerando, dovremmo essere pronti ben prima della fine dell’anno”, annuncia il responsabile qualità Maurizio Zucchi; intanto lancia la nuova “collezione” di eleganti sportine alternative offerte alle casse: cinque riutilizzabili, una usa-e-getta biodegradabile.

Ma le altre catene della grande distribuzione sono più prudenti. Crai, Esselunga, Despar non hanno deciso cosa fare: tutte comunque offrono già alternative riciclabili o riutilizzabili allo shopper di plastica (Esselunga addirittura in 19 modelli diversi), ma stanno ancora valutando se decretare l’ostracismo definitivo di quelle tradizionali. Carrefour e Conad, invece, in assenza di obblighi precisi di legge, continueranno a lasciare al consumatore la scelta. “Noi puntiamo alle borse riutilizzabili”, assicura Giorgio Cattaneo, responsabile commerciale Carrefour, “ma cambiare abitudini consolidate non è semplice, c’è sempre una resistenza da vincere”.

Non è una scusa. La sportina di plastica non è un accessorio: agli accessori volendo si rinuncia. È un comportamento. Interiorizzato al punto che sembra esistere da sempre: pochi ricordano come le massaie uscivano dal supermercato solo trent’anni fa, quando gli shopper non c’erano (non sembra incredibile?). O meglio come ci entravano: con la sporta di rete portata da casa appallottolata nella borsetta. Ma erano altri negozi, quelli: self-service di quartiere, sotto casa, da spesa quotidiana. Nei rari casi di extra-provvista, soccorreva il sacchetto di carta, o il cartone da imballaggio preso dal mucchio in fondo, dopo la cassa.

Poi però è esplosa la rivoluzione degli iper: i centri commerciali in periferia, annegati nel loro mare di parcheggi, i super-negozi da spesa settimanale, da provvista, da scorta, da cinque-sei sporte per volta. Gentilmente fornite dalla ditta. Ci hanno viziato: e ci siamo fatti viziare. Far spesa entrando in negozio a mani nude è diventato un diritto del consumatore. E gli italiani, quanto a rivendicare i propri diritti, non sono secondi a nessuno. Siamo arrivati a consumare due miliardi di sacchetti al mese, 400 a testa in un anno, un quarto di quelli che si producono in tutta Europa.

Se li stendessimo per terra come in un patchwork, ogni anno potremmo ricoprirci per intero la Valle d’Aosta. Per fabbricarli consumiamo petrolio come 160 mila automobili, il traffico di una città. Meno di tre su dieci vengono riciclati. Per smaltire il resto pompiamo in atmosfera 200 mila tonnellate di anidride carbonica. È il rifiuto più diffuso sul fondo dei nostri mari, il fiore più vistoso dei nostri prati di periferia, l’ospite ingombrante dei parchi naturali, delle vette alpine, delle spiagge incontaminate.

Ma non ha mai pagato il fio delle sue colpe. Perché, bisognerà pure che gli ecologisti lo ammettano, lo shopper è il prodotto più geniale della società dei consumi, oltre che l’oggetto fabbricato in maggior numero di esemplari nell’intera storia dell’umanità. Diabolicamente comodo, perfidamente azzeccato. Ci fa comprare di più: per questo preciso motivo il signor Walter Deubner, droghiere di St. Paul, Minnesota, lo inventò nel 1912, allora in versione cartacea. Come tutti i prodotti di genio è una protesi corporea: aumenta la capacità di carico delle nostre nude braccia, ci permette di asportare più di quanto la natura ci ha concesso di portare.

Tecnicamente è un capolavoro di ingegneria: un colpo solo di fustella e uno di termofusione, e da un tubo di polietilene nasce questo packaging perfetto, che non molla mai, si piega ma non si spezza sotto il peso di dieci, quindici chili di scintillante consumismo.

Non molla mai, davvero. La sua vita come oggetto utile dura circa 12 minuti, il tempo medio tra la cassa e il frigo. Poi, diventa subito un rifiuto. Solo le bag ladies e i barboni sembrano pensare che una sportina di plastica può essere riutilizzata all’infinito. La sua vita come oggetto inutile e ingombrante, invece, va da 20 a 200 anni. Sproporzione terrificante, basterebbe questa follia a esigerne la proscrizione per irrazionalità, prima ancora che per offesa all’ambiente.

Ma è quello che vogliamo davvero? Siamo sinceri. A Seattle sarà un referendum a decidere della sua sopravvivenza: chi vincerà? E se si facesse in Italia? “Nell’urna forse prevarrebbe il no. Ma il giorno dopo, in negozio, tutti vorrebbero la sportina di plastica”: parla l’avvocato difensore dello shopper, il direttore generale della Federazione gomma-plastica di Confindustria, Angelo Bonsignori. È sulla nostra ambigua coscienza che punterà la controffensiva dei produttori, titolari di un business da 500 milioni di euro l’anno che nessuno vorrebbe veder emigrare verso le nuove “eco-raffinerie” di bioplastica.

Una campagna di convinzione verso i consumatori (e di lobbying verso i decisori) che si annuncia forte, pervasiva, insinuante. Primo: vantare i meriti dell’umile sportina indistruttibile: “Tutti le riusano come sacco da rifiuti. Senza sacchetti di plastica se le immagina le strade di Napoli un anno fa? Se vietiamo i sacchetti del supermercato, per foderare le pattumiere dovremo comprare quelli nuovi: così invece di un prodotto da usare almeno due volte ne avremo uno monouso”. Secondo: screditare le alternative: “Siamo sicuri che i costi ambientali diminuiranno? La carta pesa di più e quindi il trasporto costa di più. La bioplastica è meno resistente, e per produrla bisogna sottrarre centinaia di migliaia di ettari all’agricoltura alimentare”. Terzo: non avremo un ambiente più pulito, “anzi il messaggio ‘sacchetto biodegradabilè è pericoloso, la gente si sentirà ancora di più autorizzata a buttarlo dove capita, ‘tanto si scioglie’, ma non è vero, biodegradabile non significa idrosolubile, per smaltire la bioplastica serve un impianto di compostaggio, e quanti ce ne sono in Italia”.

Venderà cara la pelle, lo shopper. Ma alla fine dovrà cedere. Che muoia di inedia per progressivo abbandono da parte dei consumatori coscienti, o ammazzato d’autorità con qualche decreto (magari locale: il sindaco di Ercolano, senza aspettare il governo, ha annunciato un mese fa il divieto di shopper nel suo territorio) è solo questione di tempo. Le pattumiere potremo foderarle coi sacchetti di mais e patate. Per poi riempirle di plastica, plastica, e ancora plastica. Perché anche questo bisognerà pur dirlo: che se le sportine prodotte ogni anno in Italia pesano 260 mila tonnellate, tutto il resto del packaging di plastica pesa 16 milioni di tonnellate. Vuol dire che nella spesa che portiamo a casa dal supermercato (e quindi nella discarica e nell’inceneritore), la plastica del sacchetto conta 60 volte meno di quella delle vaschette, dei flaconi, dei barattolini. E questi, chi li mette al bando?”

Anche per questo l’Associazione dei Comuni Virtuosi ha lanciato qualche settimana fa la campagna nazionale “Porta la sporta!”, per la messa al bando delle borse di plastica dalla nostra vita di tutti i giorni. Ognuno di noi può aderire alla campagna: cittadini, insegnanti, amministratori locali, rappresentanti di associazioni, ecc.

venerdì 22 maggio 2009

Riciclo dei rifiuti = lavoro.

Per lo smaltimento dei rifiuti, soprattutto dei circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani prodotti ogni anno in Italia, le norme europee e italiane prescrivono, come priorità, la raccolta separata, differenziata, e il successivo riciclo al fine di recuperare materiali e produrre nuove merci con minore consumo di energia e con minore inquinamento, rispetto ai processi che partono da materie prime nuove. Tanto è vero che le materie recuperate dai rifiuti, come carta straccia, vetro usato, plastica, contenitori di alluminio e metallo, vengono chiamate «materie seconde» per uso industriale.

Purtroppo questa chiusura ecologicamente corretta del ciclo dei rifiuti procede solo lentamente. Da una parte perché fare una corretta raccolta differenziata delle varie materie che finiscono nel sacchetto della immondizia è operazione scomoda e richiede attenzione e un po’ di fatica: purtroppo i materiali misti, messi insieme, non permettono di ottenere le nuove merci riciclate che la raccolta differenziata vorrebbe incentivare: il cammino della raccolta differenziata.

Proviamo a immaginare dove vanno a finire i materiali della raccolta differenziata. La prima stazione del lungo cammino è rappresentata dagli speciali consorzi preposti a ritirare i rifiuti (abbastanza) omogenei. Ce n’è uno che si occupa della carta (Comieco), uno della plastica (Corepla), uno dell’alluminio (Cial), uno dell’acciaio (Cna), uno per il riciclo degli elettrodomestici usati (Ecodom) eccetera.
Questi consorzi pagano ai Comuni e agli enti che organizzano la raccolta differenziata un compenso proporzionale alla quantità di materiale raccolto e alla sua qualità merceologica. Infatti, come esiste una merceologia dei prodotti commerciali (alimenti, bevande, oggetti vari che entrano nelle nostre case) ed è la merceologia tradizionale - una disciplina scientifica che veniva insegnata negli istituti tecnici e in alcune facoltà universitarie e che è stata poi abolita - esiste anche una merceologia dei rifiuti e dei materiali da riciclare.

Infatti i rifiuti della raccolta differenziata vengono venduti ad imprese che li separano in frazioni omogenee e che a loro volta vendono le varie frazioni alle imprese di riciclo vero e proprio. Solo per fare un esempio: la «plastica» ottenuta dalla raccolta differenziata è una miscela complessa di oggetti contenenti varie materie plastiche; un osservatore attento potrà sapere di quale materia plastica è fatta una bottiglia per detersivi o per acqua o un imballaggio, leggendo le sigle che ogni oggetto riporta. Troverà così sigle come PS, polistirolo; PET, polietilen-tereftalato; HDPE e LDPE, polietilene rispettivamente ad alta e a bassa densità (di polietilene sono fatti i sacchetti per la spesa o in cui si mettono i rifiuti); PVC, cloruro di polivinile; PP, polipropilene.
Il consumatore anche ecologicamente motivato mette la sua bottiglia di plastica vuota negli appositi contenitori per i rifiuti di plastica: perché tale bottiglia possa rinascere in un nuovo oggetto della stessa materia plastica la bottiglia usata deve essere pulita, liberata dai residui di contenuto, dai tappi metallici o di altra materia plastica, dalle etichette, separata da oggetti di altre materie plastiche. Simili considerazioni valgono per il riciclo della carta e del cartone, del vetro, degli imballaggi e oggetti metallici, e così via: da un chilo di carta straccia si ottiene una quantità di carta riciclata inferiore a un chilo e la differenza è costituita da altri rifiuti come gli additivi che vengono aggiunti alla carta nel momento della prima fabbricazione.
Inevitabilmente anche dal riciclo dei rifiuti si producono altri rifiuti, sia pure in quantità inferiore e di qualità diversa, rispetto alla raccolta non differenziata, che finiscono in qualche discarica o inceneritore. Per rendere più efficiente il recupero dei materiali presenti nei rifiuti bisogna perciò essere informati su tutto il ciclo di raccolta differenziata sempre nuovi prodotti di cui liberarsi Lo smaltimento e il riciclo delle merci usate si fanno sempre più complicati col cambiamento continuo dei prodotti commerciali: si pensi ai problemi posti ogni anno dallo smaltimento di milioni di telefoni cellulari e computer continuamente ricambiati, si pensi alla massa di televisori che saranno buttati via con la transizione alle trasmissioni digitali, ai milioni di automobili e elettrodomestici destinati alla «rottamazione», pieni di metalli, plastica, vetro, e anche sostanze tossiche.
Fortunatamente ci sono molti siti Internet, come www.metrec.it, che contengono informazioni utili per i singoli consumatori attenti all’ambiente, per i Comuni e per le imprese.
Dimenticavo: oltre alle due merceologie ricordate ce n’è una terza, quella dei materiali riciclati, che si occupa di controllare che nelle nuove merci ottenute dal riciclo dei rifiuti non finiscano sostanze tossiche che potevano essere presenti accidentalmente nei rifiuti destinati al riciclo. Vorrei concludere con una modesta proposta rivolta alle scuole: diffondere le conoscenze di come va fatta una corretta raccolta differenziata, e di come le successive fasi, fino alla resurrezione di nuove merci riciclate, creano occupazione e benessere, fa uscire dalla crisi e giova alla natura.
Si parla di nuove riforme dell’istruzione con aumento delle conoscenze tecnico-scientifiche; spero che aumentino anche gli insegnamenti di merceologia, anche di merceologia dei rifiuti, da cui dipendono i veri progressi nella produzione industriale e nella difesa dell’ambiente.

LaGazzettaDelMezzogiorno.it
http://www.9online.it/

mercoledì 13 maggio 2009

Pizza al Green Box.




Buona la pizza, buono il contenitore, per lo meno per l’ambiente.
E Green Box e a prima vista sembra una normale scatola. In realtà è prodotta con cartone riciclato al 100% ed è priva dei famigerati flatati, cancerogeni e tossici.
Volendo può trasformarsi anche in un piatto e in un contenitore per conservare la pizza in frigorifero. Ovviamente è biodegradabile e riciclabile al 100%.