venerdì 3 luglio 2009
Incendio all’inceneritore di Piacenza: i media tacciono
Al suo interno si trovavano tonnellate di plastica, metallo, carta e legno. Benché questi imballaggi e scarti industriali fossero destinati alla combustione, non erano ancora stati né separati né puliti. Del resto gli effetti di un simile incendio non sono in alcun modo paragonabili a quelli di una combustione all’interno di un inceneritore munito di filtri. (Nemmeno questi però rendono il processo sicuro e pulito, poiché non catturano le polveri sottili che, oltre a creare gravi danni alla salute, restano nell’atmosfera per sempre).
I gas emessi durante l’incendio hanno formato una nube nera che ha continuato ad alzarsi anche dopo lo spegnimento del rogo, avvenuto dopo oltre due ore. La nube, trasportata dal vento, ha viaggiato per chilometri verso nord-est, coprendo così di nero il cielo dell’hinterland di Piacenza.
Quel che ha dato il colore alla nube è stata la diossina, che si sprigiona ogni volta che bruciano plastica o cartone sporco.
Tali gas possono causare problemi immediati (blocchi respiratori, tosse e fastidi agli occhi), ma anche danni ai polmoni protratti nel tempo, spiega Pietro Bottrighi, primario del reparto di pneumologia all’ospedale di Piacenza.
Nonostante questi rischi, nessun paziente si è recato al Pronto soccorso con sintomatologie respiratorie acute, dichiara l’Azienda unità sanitaria locale (Ausl) di Piacenza.
Oltre a rimanere in casa però, i tecnici del dipartimento di Sanità pubblica hanno consigliato di lavare bene la frutta e la verdura proveniente dagli orti della zona. L’Arpa ha proseguito gli accertamenti presso il centro Enìa (società che gestisce impianti ambientali di pubblica utilità), effettuando campionamenti dei terreni e dei vegetali nell’area interessata.
Ha inoltre prelevato i filtri della centralina di monitoraggio ambientale di Gerbido, per effettuare rilievi sull’emissione di diossina e di IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Il tutto è stato inviato nella sede di Ravenna per gli esami necessari. “Al momento abbiamo rilevato un aumento dei livelli di monossido di carbonio e degli idrocarburi”, ha dichiarato Sandro Fabbri, direttore di Arpa Piacenza.
La pubblicazione delle quantità di diossine e idrocarburi aromatici presenti nel terreno e nell’atmosfera però, non è ancora avvenuta.
Oltre ai danni ambientali vi sono quelli economici, che comunque risultano “tutto sommato modesti, viste anche le dimensioni dell’incendio”, si legge nel giornale locale Libertà.
Grazie all’intervento dei dipendenti di Enìa si tratta ‘solo’ di qualche decina di migliaia di euro: “Abbiamo salvato il trituratore, la macchina che trita i rifiuti e che è molto costosa, poi con gli estintori abbiamo tentato di fermare le fiamme, ma erano troppo forti e ci sono voluti i vigili del fuoco” racconta Anselmo Baistrocchi, responsabile degli impianti Enìa.
I giornali locali (gli unici a parlarne) hanno attribuito l’incendio a un’autocombustione favorita dal calore. Ammesso che questa spiegazione venga confermata, si tratterebbe comunque di un problema grave. L’apparente spontaneità dell’autocombustione, però, non attenua la responsabilità di chi ha trascurato le misure di sicurezza che avrebbero dovuto evitarla.
http://www.terranauta.it
martedì 26 maggio 2009
Dal 1° gennaio 2010, è vietata la commercializzazione di sacchi non biodegradabili.
Il sacchetto di plastica non ha affatto i giorni contati. Solita storia all’italiana: annuncio, clamore, dibattito, reazioni, poi niente. Sembrava tutto già deciso con un comma (il numero 1130) della Finanziaria 2007, la prima dell’ultimo governo Prodi, che prevedeva di “giungere dal definitivo divieto, a decorrere dal 1° gennaio 2010, della commercializzazione di sacchi non biodegradabili per l’asporto di merci”, rispettando la scadenza suggerita dalla direttiva comunitaria EN 13432. Brindisi tra gli ambientalisti, cruccio dei produttori, tutto inutile: la norma c’è ma non c’è, visto che i decreti attuativi per definirne i modi (e soprattutto per sanzionare chi non rispetterà il “definitivo divieto”) non sono mai stati emanati. E a questo punto è difficile che lo siano, almeno non in tempo per la scadenza annunciata.
Non è nemmeno partito quel “programma sperimentale per la progressiva riduzione della commercializzazione” delle buste di plastica che previsto come percorso di avvicinamento e come condizione del divieto. Con la crisi che ribolle, poi, sarà difficile che un ministro si assuma il rischio di un provvedimento che potrebbe in teoria avere ripercussioni negative sui già depressi consumi delle famiglie italiane. Non è un caso che in Europa solo Francia e Gran Bretagna abbiano annunciato (ma non ancora attuato) lo stop alla spesa plasticata, e solo pochi altri paesi abbiano optato per il disincentivo economico che pure sembra efficace (anche in Italia fu imposta una sovrattassa di cento lire nel 1989: ma fu abolita silenziosamente cinque anni dopo, benché avesse ridotto il consumo del 34%).
Dunque, salvo ripensamenti, non succederà nulla. Almeno, non per obbligo. La scelta di ammazzare il sacchetto di plastica per il momento è lasciata alla coscienza ecologica e alle valutazioni di convenienza delle singole catene commerciali. Sarà omicidio privato, non sentenza capitale dello Stato. Qualche catena ha deciso. Qualcuna ci sta pensando. Altre temporeggiano.
I francesi di Auchan sono stati i primi a saltare l’ostacolo: dopo l’esperimento di Antegnate, Bergamo, dal 22 marzo primo market shopper-free in Italia, a partire da luglio tutti i cinquanta negozi del loro circuito italiano offriranno ai clienti la scelta fra il sacchetto in mater-bi (la pellicola biodegradabile che si ricava dal mais, dall’olio di girasole, dalla patata o dagli scarti di pomodoro) a 10 centesimi, quello di carta a 18, o i contenitori riutilizzabili di plastica o cartone a 99. Un rischio per loro che gli shopper, unici sul mercato, finora li hanno addirittura regalati, non solo: li facevano perfino imbustare dalle cassiere.
Ma la sperimentazione sembra essere stata incoraggiante: “Qualche reazione indispettita, ma la maggioranza accetta”. Anche Coop scommette sullo scrupolo di coscienza “verde” dei clienti: “Stiamo accelerando, dovremmo essere pronti ben prima della fine dell’anno”, annuncia il responsabile qualità Maurizio Zucchi; intanto lancia la nuova “collezione” di eleganti sportine alternative offerte alle casse: cinque riutilizzabili, una usa-e-getta biodegradabile.
Ma le altre catene della grande distribuzione sono più prudenti. Crai, Esselunga, Despar non hanno deciso cosa fare: tutte comunque offrono già alternative riciclabili o riutilizzabili allo shopper di plastica (Esselunga addirittura in 19 modelli diversi), ma stanno ancora valutando se decretare l’ostracismo definitivo di quelle tradizionali. Carrefour e Conad, invece, in assenza di obblighi precisi di legge, continueranno a lasciare al consumatore la scelta. “Noi puntiamo alle borse riutilizzabili”, assicura Giorgio Cattaneo, responsabile commerciale Carrefour, “ma cambiare abitudini consolidate non è semplice, c’è sempre una resistenza da vincere”.
Non è una scusa. La sportina di plastica non è un accessorio: agli accessori volendo si rinuncia. È un comportamento. Interiorizzato al punto che sembra esistere da sempre: pochi ricordano come le massaie uscivano dal supermercato solo trent’anni fa, quando gli shopper non c’erano (non sembra incredibile?). O meglio come ci entravano: con la sporta di rete portata da casa appallottolata nella borsetta. Ma erano altri negozi, quelli: self-service di quartiere, sotto casa, da spesa quotidiana. Nei rari casi di extra-provvista, soccorreva il sacchetto di carta, o il cartone da imballaggio preso dal mucchio in fondo, dopo la cassa.
Poi però è esplosa la rivoluzione degli iper: i centri commerciali in periferia, annegati nel loro mare di parcheggi, i super-negozi da spesa settimanale, da provvista, da scorta, da cinque-sei sporte per volta. Gentilmente fornite dalla ditta. Ci hanno viziato: e ci siamo fatti viziare. Far spesa entrando in negozio a mani nude è diventato un diritto del consumatore. E gli italiani, quanto a rivendicare i propri diritti, non sono secondi a nessuno. Siamo arrivati a consumare due miliardi di sacchetti al mese, 400 a testa in un anno, un quarto di quelli che si producono in tutta Europa.
Se li stendessimo per terra come in un patchwork, ogni anno potremmo ricoprirci per intero la Valle d’Aosta. Per fabbricarli consumiamo petrolio come 160 mila automobili, il traffico di una città. Meno di tre su dieci vengono riciclati. Per smaltire il resto pompiamo in atmosfera 200 mila tonnellate di anidride carbonica. È il rifiuto più diffuso sul fondo dei nostri mari, il fiore più vistoso dei nostri prati di periferia, l’ospite ingombrante dei parchi naturali, delle vette alpine, delle spiagge incontaminate.
Ma non ha mai pagato il fio delle sue colpe. Perché, bisognerà pure che gli ecologisti lo ammettano, lo shopper è il prodotto più geniale della società dei consumi, oltre che l’oggetto fabbricato in maggior numero di esemplari nell’intera storia dell’umanità. Diabolicamente comodo, perfidamente azzeccato. Ci fa comprare di più: per questo preciso motivo il signor Walter Deubner, droghiere di St. Paul, Minnesota, lo inventò nel 1912, allora in versione cartacea. Come tutti i prodotti di genio è una protesi corporea: aumenta la capacità di carico delle nostre nude braccia, ci permette di asportare più di quanto la natura ci ha concesso di portare.
Tecnicamente è un capolavoro di ingegneria: un colpo solo di fustella e uno di termofusione, e da un tubo di polietilene nasce questo packaging perfetto, che non molla mai, si piega ma non si spezza sotto il peso di dieci, quindici chili di scintillante consumismo.
Non molla mai, davvero. La sua vita come oggetto utile dura circa 12 minuti, il tempo medio tra la cassa e il frigo. Poi, diventa subito un rifiuto. Solo le bag ladies e i barboni sembrano pensare che una sportina di plastica può essere riutilizzata all’infinito. La sua vita come oggetto inutile e ingombrante, invece, va da 20 a 200 anni. Sproporzione terrificante, basterebbe questa follia a esigerne la proscrizione per irrazionalità, prima ancora che per offesa all’ambiente.
Ma è quello che vogliamo davvero? Siamo sinceri. A Seattle sarà un referendum a decidere della sua sopravvivenza: chi vincerà? E se si facesse in Italia? “Nell’urna forse prevarrebbe il no. Ma il giorno dopo, in negozio, tutti vorrebbero la sportina di plastica”: parla l’avvocato difensore dello shopper, il direttore generale della Federazione gomma-plastica di Confindustria, Angelo Bonsignori. È sulla nostra ambigua coscienza che punterà la controffensiva dei produttori, titolari di un business da 500 milioni di euro l’anno che nessuno vorrebbe veder emigrare verso le nuove “eco-raffinerie” di bioplastica.
Una campagna di convinzione verso i consumatori (e di lobbying verso i decisori) che si annuncia forte, pervasiva, insinuante. Primo: vantare i meriti dell’umile sportina indistruttibile: “Tutti le riusano come sacco da rifiuti. Senza sacchetti di plastica se le immagina le strade di Napoli un anno fa? Se vietiamo i sacchetti del supermercato, per foderare le pattumiere dovremo comprare quelli nuovi: così invece di un prodotto da usare almeno due volte ne avremo uno monouso”. Secondo: screditare le alternative: “Siamo sicuri che i costi ambientali diminuiranno? La carta pesa di più e quindi il trasporto costa di più. La bioplastica è meno resistente, e per produrla bisogna sottrarre centinaia di migliaia di ettari all’agricoltura alimentare”. Terzo: non avremo un ambiente più pulito, “anzi il messaggio ‘sacchetto biodegradabilè è pericoloso, la gente si sentirà ancora di più autorizzata a buttarlo dove capita, ‘tanto si scioglie’, ma non è vero, biodegradabile non significa idrosolubile, per smaltire la bioplastica serve un impianto di compostaggio, e quanti ce ne sono in Italia”.
Venderà cara la pelle, lo shopper. Ma alla fine dovrà cedere. Che muoia di inedia per progressivo abbandono da parte dei consumatori coscienti, o ammazzato d’autorità con qualche decreto (magari locale: il sindaco di Ercolano, senza aspettare il governo, ha annunciato un mese fa il divieto di shopper nel suo territorio) è solo questione di tempo. Le pattumiere potremo foderarle coi sacchetti di mais e patate. Per poi riempirle di plastica, plastica, e ancora plastica. Perché anche questo bisognerà pur dirlo: che se le sportine prodotte ogni anno in Italia pesano 260 mila tonnellate, tutto il resto del packaging di plastica pesa 16 milioni di tonnellate. Vuol dire che nella spesa che portiamo a casa dal supermercato (e quindi nella discarica e nell’inceneritore), la plastica del sacchetto conta 60 volte meno di quella delle vaschette, dei flaconi, dei barattolini. E questi, chi li mette al bando?”
Anche per questo l’Associazione dei Comuni Virtuosi ha lanciato qualche settimana fa la campagna nazionale “Porta la sporta!”, per la messa al bando delle borse di plastica dalla nostra vita di tutti i giorni. Ognuno di noi può aderire alla campagna: cittadini, insegnanti, amministratori locali, rappresentanti di associazioni, ecc.
venerdì 22 maggio 2009
Riciclo dei rifiuti = lavoro.
Purtroppo questa chiusura ecologicamente corretta del ciclo dei rifiuti procede solo lentamente. Da una parte perché fare una corretta raccolta differenziata delle varie materie che finiscono nel sacchetto della immondizia è operazione scomoda e richiede attenzione e un po’ di fatica: purtroppo i materiali misti, messi insieme, non permettono di ottenere le nuove merci riciclate che la raccolta differenziata vorrebbe incentivare: il cammino della raccolta differenziata.
Proviamo a immaginare dove vanno a finire i materiali della raccolta differenziata. La prima stazione del lungo cammino è rappresentata dagli speciali consorzi preposti a ritirare i rifiuti (abbastanza) omogenei. Ce n’è uno che si occupa della carta (Comieco), uno della plastica (Corepla), uno dell’alluminio (Cial), uno dell’acciaio (Cna), uno per il riciclo degli elettrodomestici usati (Ecodom) eccetera.
Questi consorzi pagano ai Comuni e agli enti che organizzano la raccolta differenziata un compenso proporzionale alla quantità di materiale raccolto e alla sua qualità merceologica. Infatti, come esiste una merceologia dei prodotti commerciali (alimenti, bevande, oggetti vari che entrano nelle nostre case) ed è la merceologia tradizionale - una disciplina scientifica che veniva insegnata negli istituti tecnici e in alcune facoltà universitarie e che è stata poi abolita - esiste anche una merceologia dei rifiuti e dei materiali da riciclare.
Infatti i rifiuti della raccolta differenziata vengono venduti ad imprese che li separano in frazioni omogenee e che a loro volta vendono le varie frazioni alle imprese di riciclo vero e proprio. Solo per fare un esempio: la «plastica» ottenuta dalla raccolta differenziata è una miscela complessa di oggetti contenenti varie materie plastiche; un osservatore attento potrà sapere di quale materia plastica è fatta una bottiglia per detersivi o per acqua o un imballaggio, leggendo le sigle che ogni oggetto riporta. Troverà così sigle come PS, polistirolo; PET, polietilen-tereftalato; HDPE e LDPE, polietilene rispettivamente ad alta e a bassa densità (di polietilene sono fatti i sacchetti per la spesa o in cui si mettono i rifiuti); PVC, cloruro di polivinile; PP, polipropilene.
Il consumatore anche ecologicamente motivato mette la sua bottiglia di plastica vuota negli appositi contenitori per i rifiuti di plastica: perché tale bottiglia possa rinascere in un nuovo oggetto della stessa materia plastica la bottiglia usata deve essere pulita, liberata dai residui di contenuto, dai tappi metallici o di altra materia plastica, dalle etichette, separata da oggetti di altre materie plastiche. Simili considerazioni valgono per il riciclo della carta e del cartone, del vetro, degli imballaggi e oggetti metallici, e così via: da un chilo di carta straccia si ottiene una quantità di carta riciclata inferiore a un chilo e la differenza è costituita da altri rifiuti come gli additivi che vengono aggiunti alla carta nel momento della prima fabbricazione.
Inevitabilmente anche dal riciclo dei rifiuti si producono altri rifiuti, sia pure in quantità inferiore e di qualità diversa, rispetto alla raccolta non differenziata, che finiscono in qualche discarica o inceneritore. Per rendere più efficiente il recupero dei materiali presenti nei rifiuti bisogna perciò essere informati su tutto il ciclo di raccolta differenziata sempre nuovi prodotti di cui liberarsi Lo smaltimento e il riciclo delle merci usate si fanno sempre più complicati col cambiamento continuo dei prodotti commerciali: si pensi ai problemi posti ogni anno dallo smaltimento di milioni di telefoni cellulari e computer continuamente ricambiati, si pensi alla massa di televisori che saranno buttati via con la transizione alle trasmissioni digitali, ai milioni di automobili e elettrodomestici destinati alla «rottamazione», pieni di metalli, plastica, vetro, e anche sostanze tossiche.
Fortunatamente ci sono molti siti Internet, come www.metrec.it, che contengono informazioni utili per i singoli consumatori attenti all’ambiente, per i Comuni e per le imprese.
Dimenticavo: oltre alle due merceologie ricordate ce n’è una terza, quella dei materiali riciclati, che si occupa di controllare che nelle nuove merci ottenute dal riciclo dei rifiuti non finiscano sostanze tossiche che potevano essere presenti accidentalmente nei rifiuti destinati al riciclo. Vorrei concludere con una modesta proposta rivolta alle scuole: diffondere le conoscenze di come va fatta una corretta raccolta differenziata, e di come le successive fasi, fino alla resurrezione di nuove merci riciclate, creano occupazione e benessere, fa uscire dalla crisi e giova alla natura.
Si parla di nuove riforme dell’istruzione con aumento delle conoscenze tecnico-scientifiche; spero che aumentino anche gli insegnamenti di merceologia, anche di merceologia dei rifiuti, da cui dipendono i veri progressi nella produzione industriale e nella difesa dell’ambiente.
LaGazzettaDelMezzogiorno.it
http://www.9online.it/
mercoledì 20 maggio 2009
Biomasse, via in Francia alla produzione industriale di biocarburante da alghe.
La Francia ha inaugurato oggi il suo primo sito per la produzione di biocarburante dalle alghe a Vigeant, nella Regione Poitou-Charentes guidata dall’ex candidata alle presidenziali francesi Ségolène Royal. Presentato come “il primo sito pilota di taglia industriale in ambiente aperto” per la produzione di “biocarburante di terza generazione”, è frutto della collaborazione tra Séché Environnement, società specializzata nel trattamento e stoccaggio di rifiuti pericolosi e non pericolosi, la società partecipata dalla regione Valagro Carbone Renouvelable e il Centro Studi e Valorizzazione delle Alghe (Ceva). La coltivazione delle alghe avviene in bacini d’acqua lunghi dai 3 ai 10 metri e profondi 50 centimetri. Attualmente sono sei e occupano una superficie di 100 metri quadrati. Ma a breve dovrebbero essere creati nuovi bacini fino a raggiungere una superficie di coltivazione di circa un ettaro. Le alghe sono nutrite tramite la fermentazione dei rifiuti domestici: “Con 100 chili di alghe, produciamo soltanto 15 litri di biocombustibile, ma contiamo di aumentare in breve tempo la capacità produttiva del sito. Siamo solo all’inizio del nostro lavoro”, ha assicurato Patrice Sarrazin, coordinatore del progetto. Secondo i calcoli, il sito produrrà inizialmente 4.500 litri per ettaro all’anno fino ad arrivare, una volta a regime, a 20mila litri di etanolo per ettaro. L’investimento fin qui realizzato è pari a 200 mila euro, di cui 50 mila sono stati stanziati dal Poitou-Charentes, ma la regione ha annunciato il lancio a breve di un’altra unità pilota per la produzione di etanolo da rifiuti tessili, un sistema brevettato da Valagro il cui avvio è previsto l’anno prossimo a Melle. “È un bell’esempio di economia circolare – ha commentato la Royal – Partiamo dai rifiuti per giungere alla creazione di valore aggiunto”, ha sottolineato. (zeroemission.tv)
giovedì 16 aprile 2009
Impresa di Pulizia Ecologica. "Lavado Verde"
Il pulire naturale, o pulire ecologico è un modo per pulire la casa usando meno prodotti detergenti e alternativi più sicure, producendo meno rifiuti e riducendo il bisogno di sostanze chimiche nocive.
Di sicuro, però, è il primo fattore responsabile delle alterazioni del nostro sistema immunitario, dalle sensibilizzazioni alle allergie e intolleranze, per finire con patologie più gravi, come asma e neoplasie.
Le donne sono quelle maggiormente danneggiate dall’utilizzo dei detersivi (un surrogato di Lavanda disciolto nel detersivo ), esempio come fumare una sigaretta il fumo crea disagi ai polmoni, cosi' l'inalare i detersivi crea disagi alla salute, il profumo (realizzato in laboratorio, per pulire sporco, incrostazioni, grasso, etc che rimane nell'ambiente può essere paragonato al fumo passivo, è dannoso per chiunque lo respiri. Amiano le Donne!
Insomma se ci pensate bene, il profumo dei detersivi serve per mascherare e far dimenticare inconsciamente che si utilizza per pulire superfici sporche e magari puzzolenti.
Molte persone non sanno che tanti loro disturbi sono dovuti ai detersivi che hanno in casa.
I pubblicitari naturalmente !
Molte persone non sanno che esistono detersivi biologici.
Altre lo sanno e vorrebbero usarli, ma sono spaventate dai prezzi troppo alti.
Ma è veramente privilegio di un'élite usare i detersivi biologici?
Oppure si può ripensare un diverso modo di detergere, con un occhio all'economia e uno all'ambiente?
E' per ciò che abbiamo iniziato questa ricerca.
Usare prodotti naturali, che si trovano e ci circondano in maniera semplice ed economico, ottenendo risultati meravigliosi.
Come pulire ecologicamente ?
Vi sono solo 3 cose da ricordare x pulire ecologicamente:
Ridurre
Essere Astuti
Pensare alla Sicurezza
Ridurre: l'uso dei prodotti detergenti acquistandone meno, usandone meno e trovando alternative naturali.
Essere Astuti: quando si fa la spesa, leggere le etichette per evitare di acquistare i prodotti più tossici e acquistare solo ciò che serve veramente.
Pensare alla Sicurezza, quando si manipolano e si conservano i prodotti detergenti e smaltirli in modo lecito e sicuro.
Abbiamo fatto una scelta quella di creare un’ Impresa di Pulizia Verde "Lavado Verde", Ecologica, rispettosa dell’ambiente, e della salute umana il bene migliore .
Quando utilizziamo prodotti naturali per la pulizia di bagni, cucina, pavimenti, etc, ci sentiamo allegri, felici, e respiriamo un’aria pulita in casa, naturalmente pulita.
Per info, preventivi e dettagli sul modo di operare, non esitate nel contattarci.
"Lavado Verde"
giovedì 9 aprile 2009
giovedì 2 aprile 2009
Detersivi e detergenti.
E' opinione diffusa che non vi sia nessuna differenza tra detersivi e detergenti: occorre fare un po' di chiarezza per quanto è possibile.
Il detergente è una miscela di sostanze derivate dal cocco e da alcune piante officinali, una miscela bilanciata di materie prime rigorosamente di origine naturale e vegetale; il detersivo è una miscela di sostanze chimiche non ben definite derivate da prodotti petroliferi, con reazioni secondarie imprevedibili (sbiancanti ottici, enzimi, acidi, coloranti ecc…).
Ecologia = studio dell'ambiente.
Con tale termine oggi si intende parlare di recupero dell'ambiente, della purezza dell'aria, della limpidezza dell'acqua, del verde dei prati e di tutto quanto la natura ci può donare.
Quello che maggiormente lascia perplessi è quel senso di rassegnazione da una parte e di eterna indecisione dall'altra e di futuro sempre più lontano, che troppo spesso traspare dai vari congressi, dagli articoli più o meno ben fatti pubblicati dai giornali.
Come è possibile rimanere soddisfatti dalle classiche conclusioni: … stiamo proponendo, stiamo studiando, stiamo dibattendo … La voce del verbo stare accompagna tutte le interviste, le dichiarazioni e gli articoli.
martedì 31 marzo 2009
Plastiche biodegradabili. Biodegradabili in mare.
Plastiche biodegradabili e biosolubili sono in commercio da anni, ma i polimeri messi a punto dalla University of Southern Mississippi (USM) presentano la proprietà di degradarsi a contatto con l'acqua di mare. Non stupisce, quindi, che a finanziare il progetto di ricerca, presentato al convegno annuale dell'American Chemical Society, sia la Marina militare degli Stati Uniti, attraverso il Naval Sea Systems Command (Navsea), interessato a migliorare la gestione dei rifiuti nella sua flotta.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti è infatti critico per le imbarcazioni che navigano ininterrottamente per mesi, prima di poter sbarcare in porto le tonnellate di residui di imballaggi e di altri manufatti utilzzati per cuocere o consumare i cibi. Da qui l'idea di mettere a punto un materiale plastico biodegradabile che possa essere smaltito in mare senza un impatto negativo sull'ambiente.
Secondo i ricercatori, il nuovo materiale è un compound a base di PLGA (acido lattico-co-glicolico), polimero utilizzato in medicina per le suture; a contatto con l'acqua di mare si degrada nell'arco di 20 giorni senza originare sostanze dannose per l'ecosistema; l'obiettivo della ricerca è arrivare ad una completa degradazione del polimero in acqua e anidride carbonica.
La gamma dei gradi sviluppati comprende materiali con diversa rigidità, da quasi gomme a plastiche rigide. La densità del materiale è superiore a quella dell'acqua marina, in modo tale che il manufatto affondi una volta gettato fuori bordo, evitando così l'inquinamento delle coste prima della sua completa degradazione.
Sono in corso test presso alcuni laboratori universitari e militari per valutare i processi di degradazione alle diverse condizioni ambientali.
giovedì 26 marzo 2009
Associazione Medici per l'Ambiente ISDE Italia
Tutti gli uomini sono responsabili dell'Ambiente.
I Medici lo sono due volte.
Fino a quando possiamo restare indifferenti ?http://www.isde.it/
martedì 24 marzo 2009
Inceneritore di Acerra.
Il Dott. Antonio Marfella, oncologo e tossicologo del Pascale, aveva prelevato il sangue del pastore al suo capezzale chiamato dai parenti disperati e aveva pagato le analisi di tasca propria insieme ai contributi delle associazioni dell'Assocampaniafelix, che in un anno hanno raccolto una congrua somma per finanziare lo studio a favore della Lega Italiana per la lotta contro i Tumori di Napoli.
Oltre al Gerlando è stata analizzata nuovamente anche Bruna Gambardella, l'insegnante di Saviano già trovata contaminata da elevati livelli di diossine e policlorobifenili, tali da causarle una endometriosi.
Entrambi i prelievi hanno mostrato un alto livello di Alluminio e Cromo, metalli pesanti che sono stati ritrovati più volte nella discarica di Calabricito e nelle campagne di Acerra e Nola, nel corso di vari carotaggi compiuti dall'Arpac e dalla ASL NA4.
"Vogliamo proporre le stesse analisi all'ex sindaco di Acerra Espedito Marletta - ha dichiarato ironicamente Marfella - per determinare quanto alluminio e cromo ha nel suo sangue, dopo che in tv era stato ripreso a mangiare una foglia di cavolfiore vicino alla discarica di Calabricito... così, per stabilire il nesso...".
E affonda con un'altra provocazione amara che fa riflettere: "Quindi, per chi vive nelle vicinanze della discarica di Calabricito, propongo di impiegarlo per fare i motori in alluminio della FIAT a Pomigliano D'Arco, così aiutiamo l'azienda ad uscire dalla crisi...
NE TROVIAMO TANTO DI ALLUMINIO NEL SANGUE DEGLI ACERRANI CHE RISOLVEREMO I PROBLEMI DEGLI OPERAI DELLA FIAT!!". Maggiori dettagli delle nuove e sconcertanti analisi fatte dall'oncologo napoletano sui cittadini dell'agro acerrano-nolano saranno rese note nel corso della trasmissione televisive che andrà in onda domani sera alle 22.30 su TELEAKERY, a cui parteciperanno, oltre a Marfella, Gennaro Esposito, delegato della Federazione Assocampaniafelix, e Tommaso Esposito, portavoce del Comitato Contro il Megainceneritore di Acerra.
Conduce Raf Tagliamonte. In attesa delle manifestazioni del 25 e 26 marzo ad Acerra contro l'impianto di incenerimento.
Maxi scooter elettrico .
Se da un punto di vista estetico il Maxi-scooter Vectrix non sfigura affatto se affiancato ai "cugini" a scoppio, è sotto l'abito in plastica che si nascondono i frutti di dieci anni di lavoro e di circa 65.000.000 di dollari investiti.
Cuore pulsante del nuovo scooter elettrico, è un innovativo motore elettrico di tipo Brushless ovvero senza spazzole a magneti permanenti, realizzato in esclusiva per Vectrix da una divisione della Parker Hannifin.
Il suo scopo è quello di convertire l'energia elettrica prodotta dal pacco batterie in energia meccanica. Tale energia viene invita alla ruota posteriore tramite una scatola ingranaggi con ruotismo epicicloidale che ruota in senso opposto alla ruota riducendone sensibilmente l'effetto giroscopico.
La potenza viene offerta da un pacco batterie a nichel idruri metallici da 30 Ah e 125 Volt, con una capacità di 3.7 kWh ed è progettato per durare fino a 1700 cicli completi di scarica e ricarica.
Il pacco batterie è stato posizionato nella parte centrale inferiore dello scooter in concomitanza del classico tunnel centrale per intenderci -, una scelta che consente una sensibile concentrazione delle masse sul baricentro a tutto vantaggio della stabilità e della qualità di guida.
DAaRT
Uno degli aspetti più interessanti di questo scooter, è senza ombra di dubbio questo DAaRT : un sistema brevettato di accelerazione/decelerazione a recupero energetico.
La manopola dell'acceleratore è infatti bi-direzionale: nell'uso tradizionale accelera, mentre, se spinto nella direzione opposta, attiva un sistema di frenata che decelera il Maxi-scooter uniformemente come un freno motore.
Il sistema sembra ostico, ma bastano pochi metri per diventarne perfettamente padroni ed il freno tradizionale diventa un lontano ricordo. In caso di mezzo fermo, ruotando in avanti la manopola, il Maxi-scooter Vectrix, inserisce la retro!
Tale sistema si fa molto apprezzare in fase di curva, dove si può gestire appieno l'erogazione del motore elettrico anche in piena manovra senza incorrere in spiacevoli inconvenienti non escludibili con l'utilizzo dei freni tradizionali.
Per gli amanti delle tradizioni però, Vectrix ha allestito il proprio scooter con un impianto frenante di tutto rispetto, composto da una coppia di pinze brembo.
Prestazioni da 400 cc.
Veniamo ora all'aspetto più diretto di questo Vectrix Maxi-scooter: le prestazioni. A dispetto di quello che si dice sui mezzi a due ruote elettrici, questo scooter offre prestazioni assolutamente di rispetto. Lo spunto al semaforo è molto buono, con un 0-50 km/h in soli 3.6 secondi, ma il meglio viene nell'allungo: Vectrix, dai 30 km/h in poi, sembra inserire il turbo, garantendo una notevole spinta anche i presenza di salite impegnative. Durante il test è stato possibile provare un percorso misto in salita chiuso al traffico e Vectrix ha dimostrato una grinta sopra ogni aspettativa, coadiuvata da una ciclistica raffinata che ha consentito di sfruttarne al massimo tutte le doti; primo fra tutti il sistema DAaRT.
Altra nota dolente di questa tipologia di mezzi a due ruote, è senza ombra di dubbio l'autonomia. Vectrix, grazie ad una sofisticata centralina di controllo del motore ed al pacco batterie di ultima generazione, garantisce un'autonomia di 110 km a 40 km/h. Per dovere di cronaca dobbiamo ammettere che noi siamo rimasti in sella per più di due ore e senza risparmiarci in accelerazioni soprattutto nel percorso in salita e, al termine del test, il nostro scooter aveva ancora più di metà carica.
Ad ogni modo, per una carica completa sono sufficienti 2 ore, per una spesa complessiva di soli 0.40 euro.
Quanto costa?
Questo argomento merita un po' di attenzione. Impossibile credere che il prezzo di Vectrix possa essere in linea con quelli degli altri scooter. Solo per i contenuti tecnici e la particolarità del progetto ci si devono aspettare delle cifre ben più corpose.
Vectrix, conscio di questo, propone però una soluzione decisamente interessante e che, alla fine, evidenzia un netto risparmio rispetto agli scooter a motore a scoppio.
Per rendere ancor più facile la vita dei futuri clienti, Vectrix ha realizzato una particolare formula denominata "Plug & Go". A fronte di un pagamento iniziale di 6.299 euro e di una rata mensile di 149 euro per 48 mesi, Vectrix offre un'assistenza completa di 4 anni, comprensiva di assicurazione rc e furto, realizzata con il Gruppo Generali, tagliandi ed assistenza stradale fornita dall' Europe Assistance.
Un po' complicato stabilire l'effettivo vantaggio economico rispetto ad uno scooter a motore a scoppio? Immaginiamo, ma noi di Infomotori.com vi solleviamo dal gravoso compito di prendere carta, penna e calcolatrice ed il calcolo ve lo facciamo noi!
Prendiamo 4 anni di vita di uno scooter, di prezzo medio, da 400 cc. La spesa iniziale sarà di 6200 euro circa, a cui però vanno aggiunti la quantità di euro spesi per : benzina, assicurazione, bollo e manutenzione ordinaria tagliandi -. Il risultato di quattro anni di utilizzo, di questo scooter da 400 cc con motore a scoppio, sarà quindi di circa 13.800 euro.
Vectrix, grazie a questa formula "Plug & Go", costerà, alla fine dei 4 anni, 13.541 euro,
sabato 21 marzo 2009
Irrigazione dei terreni.



L'irrigazione dei terreni agricoli comporta un elevato consumo di acqua, il controllo delle spese per l'acqua è diventata una questione importante.
Un gruppo di ricercatori hanno realizzato un sistema automatico ad energia solare intelligente.
Utilizzando una serie di pannelli solari e batterie ricaricabili per ridurre al minimo la spesa per l'elettricità, la piattaforma è dotata di diversi sensori per rilevare la quantità di umidità del suolo; un piccolo apparecchio elettronico calcola il reale fabbisogno di acqua del suolo nelle diverse culture, e in modo regolare il flusso in tempo reale.
Un'idea interessante che aiuta ad evitare il consumo di acqua e di elettricità, i sensori collegati ad una pompa ad energia solare, regolano la quantità d'acqua. I sensori rilevano anche le presenze di pioggie, e gli accumuli di acqua; di conseguenza analizzando l'umidità del terreno e le colture avranno sempre il miglior apporto di acqua.
giovedì 19 marzo 2009
Biocarburanti - Opportunità o illusione?
Mentre con la coscienza o il borsellino contrariati, si continua a riempire il serbatoio di benzina, sempre più frequentemente circola un vocabolo dal prefisso che suona come una promessa: biocarburanti; un paradosso?
Elettricità, biodisel, idrogeno, sono alcune delle alternative proposte nel recente passato che già hanno dimostrato i loro limiti.
Se non prodotta da fonti rinnovabili l’elettricità ha un impatto ambientale paragonabile ai moderni motori a combustione, e i veicoli soffrono di limitazioni di autonomia; il biodisel, ottenuto da colza o girasole, richiede estensioni di coltivazioni che emanano gas a effetto serra (N20) trecento volte più potenti dell’anidride carbonica; l’idrogeno richiede troppa energia nel processo di produzione.
Torna ora alla ribalta il bioetanolo, già in uso agli albori dell’industria automobilistica per poi essere soppiantato dai derivati del petrolio. Lo corteggiano in Europa, dove ci si è prefissi di metterlo nel 5% dei serbatoi entro il 2010, mentre in Brasile ha registrato una vera e propria esplosione e negli USA gode di facilitazioni e incentivi.
Nell’autunno del 2006 sono giunti sul mercato Svizzero i primi modelli di autovettura concepiti per una miscela dell’85% di etanolo e 15% di benzina e con essi i primi distributori: se ne contano attualmente tre e se ne prevede una ventina, tutti oltre Gottardo.
Questi veicoli hanno raggiunto le migliori valutazioni nella classifica di efficienza stilata annualmente dall’Associazione Traffico Ambiente, che comunque ammonisce: poco influente sul piano dell’anidride carbonica, il bioetanolo ha importanti esalazioni di gas nocivi per la salute quali ossidi di azoto (NOx), monossidi di carbonio (CO) e idrocarburi (HC).
Come nel caso della colza vi è poi lo scoglio della produzione, che può avvenire anche dallo sfruttamento di scarti vegetali selezionati, ma privilegia le coltivazioni ad hoc che entrano in concorrenza con l’agricoltura alimentare e la biodiversità (in Brasile diversi ettari di foresta già sono sacrificati alla produzione di questo carburante).
Il bioetanolo Svizzero è attualmente ricavato dall’abete rosso da parte della Borregaard Svizzera SA, un’azienda norvegese attiva nell’estrazione di lieviti, cellulosa e lignina; ma non si escludono in futuro importazioni dal Brasile.
Tra tutte le alternative, quella più promettente sembra essere oggi il gas naturale, o metano. Il gas naturale è un carburante estratto da giacimenti sotterranei, dunque una materia prima esauribile; un prodotto simile è però ottenuto dalla fermentazione di masse vegetali, si tratta del biogas. Biogas e gas naturale possono essere usati nei medesimi serbatoi separati o miscelati. Mentre il gas naturale in Svizzera viene importato da Olanda, Germania, Russia e Italia attraverso gasdotti, vi sono aziende che già producono in loco biogas, sfruttando gli scarti vegetali.
L’espansione della propulsione a gas naturale nei paesi europei è avvenuta anche grazie alla possibilità di modificare i veicoli a benzina già in circolazione, inserendo un serbatoio nel vano della ruota di scorta.
Modifiche che ad esempio in Italia godono di sovvenzioni statali, per cui passare dalla benzina al gas costa mediamente 1'700 Euro, di cui 650 a carico dello Stato, più 100 di spese di collaudo. Grazie all’iniziativa dell’ing. Romeo Ricca di Cadenazzo, anche in Ticino si possono apportare queste modifiche ma a un costo che supera i 6'500 franchi, in quanto è necessario sottoporre ogni veicolo a un’omologazione che comporta una spesa dai 3 ai 4'000 franchi. “Siamo l’unico paese in Europa ad avere ancora in vigore queste restrizioni”, afferma Ricca deluso dallo stagnare della situazione dopo dieci anni di battaglie. Nel corso del Progetto VEL questa possibilità non è mai stata promossa in quanto si ritiene che la trasformazione di veicoli ad elevato consumo energetico non sia pagante: “Le trasformazioni hanno senso solo se applicate su auto nuove ed eseguite con la massima perizia”.
Crede nel gas naturale il Touring Club Svizzero che ha proposto al Governo ticinese la riduzione del 50% dell’imposta di circolazione per vetture a gas naturale, e in Ticino offre uno sconto del 3% sul carburante ai soci che fanno il pieno di gas. “I veicoli elettrici godono dell’esonero dall’imposta di circolazione.
Il TCS ritiene che ogni alternativa vada considerata e sostenuta. Diversi cantoni in Svizzera sovvenzionano l’acquisto di auto al gas naturale, mentre il Governo ticinese ha semplicemente ignorato questa proposta”, ci dice Ricca. (Al momento in cui scriviamo il Consiglio di Stato ha avanzato la proposta di promuovere l’acquisto di veicoli efficienti adeguando la tassa di circolazione all’etichetta energetica.
Una sorta di compromesso tiepidamente accolto dalle associazioni ambientaliste e decisamente respinto dalle associazioni di automobilisti, tra cui il TCS).
Nel frattempo un distributore di gas naturale è sorto a Bioggio e uno spunterà con la primavera a Mendrisio. Non illudiamoci, comunque, l’unico modo per disporre dell’automobile verde oggi consiste nel dipingerla.
Seppur con un impatto inferiore del 50% rispetto alla benzina anche la combustione di gas naturale, come ogni combustione, produce esalazioni nocive quali il metano (CH4) anche causa dell’effetto serra, idrocarburi e ossidi di azoto.
Un 50% di inquinamento in meno che potrebbe inoltre essere velocemente cancellato dal 50% di circolazione in più, visto il costo di questo carburante di un terzo inferiore a quello della benzina. Ciò significherebbe ritrovarsi ai piedi della scala, con più traffico, più ingorghi, più stress e posteggi e strade da potenziare.
Significativo il primo Eco Rally tenutosi lo scorso mese di ottobre a San Marino, o i nuovi veicoli a gas spesso con cilindrate che superano i 1900 cm3. “Con auto che pesano più di una tonnellata e consumano la stessa quantità di energia di una casa, sarà difficile trovare soluzioni sostenibili.
Occorre razionalizzare la mobilità utilizzando in modo intelligente i vari sistemi di trasporto e abbandonare l’equazione mobilità uguale ad auto”, afferma Domeniconi. Insomma, pare che i meccanismi su cui è più pressante intervenire siano quelli che connettano l’agire dell’uomo con la sua ragione.
Di Cindy Fogliani
venerdì 13 marzo 2009
Creare un caricabatteria ad energia solare, per cellulare.



Sono necessarie delle saldature per rendere funzionante questo caricabatterie per cellulare di emergenza. Da utilizzare in auto, in moto, in gita, etc. Insomma creiamo un caricabatteria pronto all'uso, per tirarci fuori da ogni necessità.
MATERIALI:
* Case in metallo-plastica. ( tipo saila menta, o liquirizia)
* 2pcs Mini Pannelli Solari (3V 20mA)
* Materiale per Saldature
* Piccol0 Tubo Termoretraibile
* Grande Tubo Termoretraibile
* Nastro Adesivo bifacciale
* oncia Rame
* Pistola Termica
* Pistola Gun dissipa il calore rapidamente, dopo la saldatura.
* Wire Stripper:

FASE 1: Taglio di tubi e di fili .

FASE 2: Pannello solare.
Utilizzare uno stuzzicadenti, condurre con il filo rosso il pannello solare, e il filo nero al pannello solare. Mettere insieme questi due, e saldare utilizzando il materiale per la saldatura.

FASE 3:
In seguito alla saldatura per evitare che i tubi piccoli in seguito al calore si restringonoutilizzarela pistola Gun per il raffreddamento.

FASE 4:
Tagliare il filo dal vecchio caricabatterie, (con il quale si collega al cellulare) e tagliare la plastica esterna, del filo. Poi inserire i fili nel tubo grande. Farlo scorrere per l'intera lunghezza del tubo grande.
FASE 5: Saldatura a caldo.
Una volta inserito il filo, far scorrere un pezzo del tubo al calore, poi collegarlo ai pannelli solari tenedo in mano sempre lo stuzzicadente, saldare prima il filo rosso e poiquello nero. Ripetere sempre il passaggio Gun per far restringere i tubi in seguito alla saldatura.


PASSO 6: Test caricabatterie.
Provare il caricabatterie da collegare ad un telefono cellulare sotto luce.

PASSO 7:
Usare la pistola di calore per ridurre la tubatura, in seguito alle saldature
PASSO 8: Prendere il nastro adesivo e chiudere.
Sul retro di pannelli solari, coprire i due chiodi in ottone con due lati del nastro (in modo da non entrare in contatto con il materiale del contenitore). Unire i due pannelli solari sul lato interno del coperchio. E chiudere la scatola, andare in un posto deove c'è luce, sole, ed iniziare ad usare il caricatore per cellulare d'emergenza.


giovedì 12 marzo 2009
Eco-Button, risparmio energetico per Pc e Casa.
http://www.eco-button.com/
è un nuovo retro-fit per il computer, dispositivo che permette il risparmio energetico. Con il semplice uso del ecobutton, si possono risparmiare euro sulla bolletta elettrica.
I pannelli solari del futuro con I' idrogeno spray.
Un progetto che ha visto coinvolti i ricercatori dell’Australian National University (Anu), gli esperti della Spark Solar Australia nonchè l’azienda finlandese Braggone Oy.
L’idea alla base di quella che potrebbe essere una vera e propria rivoluzione nel settore solare è quella di utilizzare un componente fluido, da spruzzare sui pannelli, che essendo molto economico, tenda anche ad abbassare il costo degli impianti e dunque ad incrementarne le vendite su larga scala.
Nonchè a diminuire l’inquinamento ambientale e le emissioni, aggiungiamo noi. Per non parlare dei tagli sulla bolletta.
Uno dei limiti del settore delle energie rinnovabili, ma anche delle case ecologiche, e un po’ di tutte le eco-tecnologie, è proprio il costo elevato, dovuto forse anche all’iniziale diffidenza verso l’efficienza di questi prodotti, nonchè all’alto costo di fabbricazione del “meno inquinante”.
Ebbene, per il solare l’idrogeno spray potrebbe rappresentare una valida soluzione a questa problematica e sbloccare il settore delle vendite. Il progetto prevede di creare un pannello solare, spruzzando un film di idrogeno spray ed uno di materiale non riflettente, il tutto su di un nastro trasportatore.
Finanziaria 2009, i contributi per l’installazione di impianti a GPL e Metano.
Se non avete intenzione di cogliere l’occasione offerta dagli ecoincentivi per cambiare la vostra vecchia auto a benzina potete prendere in considerazione l’idea di convertirne l’impianto di alimentazione a GPL o a gas metano e risparmiare così sul costo del carburante risolvendo allo stesso tempo i problemi di circolazione legati ai provvedimenti anti-inquinamento adottati ormai da moltissimi comuni italiani.
Infatti, oltre agli incentivi per chi decide di rottamare un’automobile Euro0, 1 o 2 e acquistare una nuova Euro4 o Euro 5, la finanziaria 2009 prevede un contributo sostanzioso anche per chi decide di installare nella propria automobile un impianto a gas. Ma quali sono i vantaggi e quanto può costarci questa operazione?
Oltre all’aspetto, importantissimo, delle minori emissioni di sostanze inquinanti da parte di automobili alimentate a gas, considerate che mentre il costo della benzina e del gasolio si aggirano in questo momento rispettivamente intorno ad 1.15 e 1.08 euro al litro il costo del GPL è di 0.57 euro al litro, mentre quello del metano è di 0.91 euro al kg.
Quanto costa (orientativamente) l’installazione di un impianto a gas
Il costo di un impianto a GPL o a metano varia in funzione del tipo di autovettura sul quale lo si va ad installare, del tipo di impianto e del serbatoio scelto. In linea di massima la spesa varia fra le 600 e le 1200 euro per un impianto GPL e fra le 1000 e le 1600 euro per un impianto a metano. In entrambi i casi le prestazioni sono equivalenti a quelle di un motore a benzina.
A quanto ammonta il contributo dello stato?
Secondo quanto previsto dalla finanziaria 2009, già a partire dallo scorso 7 Febbraio e fino al 31 Dicembre 2009, il contributo per chi vuole convertire la propria auto da motori a benzina verso alimentazioni a gas e, quindi, a basso impatto ambientale ammonta a 500 euro per l’installazione di impianti GPL e a 650 euro per l’installazione di impianti a metano.
Alluminio, caratteristiche, e riciclo
L’ALLUMINIO è un materiale che si presta a una vastità di applicazioni e possibilità di riutilizzo, grazie alle sue proprietà:
Leggerezza (un terzo dell'acciaio)
Durata: l’ossido superficiale è una barriera alla corrosione atmosferica
Conducibilità elettrica, termica, sonora
Non tossico, non magnetico
Lavorabilità: può essere modellato con tutte le comuni tecniche di lavorazione, più facilmente della maggior parte degli altri metalli
Versatilità: possibilità di formare molte leghe, rigide o elastiche
Riciclabilità con un costo energetico contenuto. Il suo recupero e riciclo, oltre a evitare l’estrazione di bauxite, consente di risparmiare il 95% dell’energia richiesta per produrlo partendo dalla materia prima: per ricavare dalla bauxite 1 kg di alluminio sono necessari 14 kWh, mentre per ricavare 1 kg di alluminio nuovo da quello usato servono solo 0,7 kWh di energia. L’alluminio è perciò un materiale largamente presente nei prodotti di consumo:
trasporti (il settore a più alta utilizzazione dell’alluminio): componenti del motore, pompe, ruote, mozzi, cornici e finiture, paraurti, sponde da camion, furgonature, elementi di carrozzeria, scambiatori di calore, edilizia: serramenti, facciate continue, infissi, recinzioni, edilizia prefabbricata, termosifoni, scambiatori di calore, lamiere per controsoffittature, coperture.



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